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Biografia

Sono nato a Milano nel 1976 e cresciuto nella felicità degli anni Ottanta, quelli delle BMX, dei ghiaccioli a duecento lire e delle sbucciature curate con il mercurio cromo. Fino al liceo ero un ragazzino spensierato poi cominciai a sentire il peso e le frustrazioni degli obblighi scolastici.
La mia insegnante di italiano del ginnasio riceveva i genitori degli alunni il lunedì e per due anni quello non fu mai un bel giorno per cominciare la settimana. Una mattina di un piovoso autunno tornai fradicio da scuola. A casa mia mamma mi stava aspettando sulle scale. “Ho parlato con la tua insegnante: dice che non sai scrivere”. La pioggia mi colava dalla fronte, mi aggrappai al corrimano e salii i gradini lentamente. “Dice che non sai neanche andare a capo”. Un altro gradino. “Che hai la mente confusa”. Non ero affatto confuso, nei temi non avevo niente da dire e non capivo perché dovevo scrivere per forza. Un altro gradino. “Dice che devi leggere di più e di guardare meno televisione”.
Leggere mi annoiava, guardare la televisione mi divertiva. Ormai era deciso: quella sera la piccola tv che avevo in camera finì chiusa a chiave nell’armadio dei miei genitori e il suo posto occupato da dei libri che mia mamma mi aveva comprato. “Leggi che poi vai bene nei temi”. Mi sentii depredato della libertà, un condannato ai lavori forzati. Se un gatto mal sopporta l’acqua perché iscriverlo ad un corso di nuoto? “Il barone rampante”, “L’isola di Arturo”, “La coscienza di Zeno”, “Il segreto di Luca” mi costarono fatica leggerli.
Dopo una cura di sei mesi andavo ancora male nei temi così decisi di rimettere le cose al loro posto. I libri nell’armadio e la tv dove era sempre stata.
Fu invece un freddo inverno del duemila quando iniziai a prendere la scrittura sul serio. Ero uno studente universitario scanzonato e sognatore. Mi piaceva leggere, da poco avevo tirato fuori quei libri segregati nell’armadio anni prima. Mentre leggevo immaginavo delle scene che non c’entravano nulla con quelle storie. Una mattina, seduto nell’ultima fila di panche di un’antica aula, aspettavo l’inizio della lezione di sociologia del diritto.
Iniziai a scrivere sul quaderno degli appunti la scena di uno studente che una mattina si svegliava e usciva di casa per andare a sostenere un esame all’università. Ancora non lo sapevo ma era l’inizio di “Dentro me”. Nei giorni seguenti continuai a scrivere di getto scene, situazioni, dialoghi, relazioni, inventavo personaggi, aggiungevo note. Per settimane scrissi a penna su quel quadernone come un forsennato poi passai a una pesante macchina da scrivere Olivetti elettrica dei miei genitori, infine al computer.
Scrivevo più racconti insieme. Inviavo i miei manoscritti ai concorsi letterari e alle case editrici nonostante i numerosi rifiuti. Ogni settimana ero alle Poste. “Ancora qua stai?” mi dicevano. Ormai mi conoscevano tutti. Eppure da quella mattina all’università non ho mai smesso di credere un attimo in quello che facevo.

Riconoscimenti

  • 2009. Finalista al Premio Letterario “Terme di Boario”, (Brescia)

  • 2006. Secondo classificato premio “Le Fenici”, Edizioni Montag (Macerata)

  • 2004. Segnalazione della Giuria premio "J. Prévert", Edizioni Montedit (Milano)

  • 2003. Segnalazione della Giuria, premio “Fonopoli, Parole in movimento” (Roma)

  • 2003. Primo classificato “Il Giunco, Città di Brugherio. Albo d'oro”. Premio Ginevra (Milano)

Appuntamenti

Presentazione "L'ultimo libera tutti"
7 giugno 2019, ore 19:30
GARDEN BISTROT
Via Paganini, angolo Corso Milano
Bovisio Masciago (MB)

Contatti

info@matteonepi.it
  • Biografia

    Sono nato a Milano nel 1976 e cresciuto nella felicità degli anni Ottanta, quelli delle BMX, dei ghiaccioli a duecento lire e delle sbucciature curate con il mercurio cromo. Fino al liceo ero un ragazzino spensierato poi cominciai a sentire il peso e le frustrazioni degli obblighi scolastici.
    La mia insegnante di italiano del ginnasio riceveva i genitori degli alunni il lunedì e per due anni quello non fu mai un bel giorno per cominciare la settimana. Una mattina di un piovoso autunno tornai fradicio da scuola. A casa mia mamma mi stava aspettando sulle scale. “Ho parlato con la tua insegnante: dice che non sai scrivere”. La pioggia mi colava dalla fronte, mi aggrappai al corrimano e salii i gradini lentamente. “Dice che non sai neanche andare a capo”. Un altro gradino. “Che hai la mente confusa”. Non ero affatto confuso, nei temi non avevo niente da dire e non capivo perché dovevo scrivere per forza. Un altro gradino. “Dice che devi leggere di più e di guardare meno televisione”.
    Leggere mi annoiava, guardare la televisione mi divertiva. Ormai era deciso: quella sera la piccola tv che avevo in camera finì chiusa a chiave nell’armadio dei miei genitori e il suo posto occupato da dei libri che mia mamma mi aveva comprato. “Leggi che poi vai bene nei temi”. Mi sentii depredato della libertà, un condannato ai lavori forzati. Se un gatto mal sopporta l’acqua perché iscriverlo ad un corso di nuoto? “Il barone rampante”, “L’isola di Arturo”, “La coscienza di Zeno”, “Il segreto di Luca” mi costarono fatica leggerli.
    Dopo una cura di sei mesi andavo ancora male nei temi così decisi di rimettere le cose al loro posto. I libri nell’armadio e la tv dove era sempre stata.
    Fu invece un freddo inverno del duemila quando iniziai a prendere la scrittura sul serio. Ero uno studente universitario scanzonato e sognatore. Mi piaceva leggere, da poco avevo tirato fuori quei libri segregati nell’armadio anni prima. Mentre leggevo immaginavo delle scene che non c’entravano nulla con quelle storie. Una mattina, seduto nell’ultima fila di panche di un’antica aula, aspettavo l’inizio della lezione di sociologia del diritto.
    Iniziai a scrivere sul quaderno degli appunti la scena di uno studente che una mattina si svegliava e usciva di casa per andare a sostenere un esame all’università. Ancora non lo sapevo ma era l’inizio di “Dentro me”. Nei giorni seguenti continuai a scrivere di getto scene, situazioni, dialoghi, relazioni, inventavo personaggi, aggiungevo note. Per settimane scrissi a penna su quel quadernone come un forsennato poi passai a una pesante macchina da scrivere Olivetti elettrica dei miei genitori, infine al computer.
    Scrivevo più racconti insieme. Inviavo i miei manoscritti ai concorsi letterari e alle case editrici nonostante i numerosi rifiuti. Ogni settimana ero alle Poste. “Ancora qua stai?” mi dicevano. Ormai mi conoscevano tutti. Eppure da quella mattina all’università non ho mai smesso di credere un attimo in quello che facevo.
  • Riconoscimenti

    • 2009. Finalista al Premio Letterario “Terme di Boario”, (Brescia)

    • 2006. Secondo classificato premio “Le Fenici”, Edizioni Montag (Macerata)

    • 2004. Segnalazione della Giuria premio "J. Prévert", Edizioni Montedit (Milano)

    • 2003. Segnalazione della Giuria, premio “Fonopoli, Parole in movimento” (Roma)

    • 2003. Primo classificato “Il Giunco, Città di Brugherio. Albo d'oro”. Premio Ginevra (Milano)

  • Appuntamenti

    Presentazione "L'ultimo libera tutti"
    7 giugno 2019, ore 19:30
    GARDEN BISTROT
    Via Paganini, angolo Corso Milano
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    Libri



    Inverno e Paradiso


    Alcuni ritengono che scrivere sia un modo divertente per dare spazio alla propria creatività. Non sanno invece che ogni personaggio è figlio di un lungo dialogo con la propria anima, un continuo guardarsi dentro per scoprire quei minuscoli frammenti di ignoto che chiamiamo pensieri. Si ritiene che chi scriva voglia celarsi dietro le maschere dei suoi personaggi. Non sono d’accordo. Chi scrive non cerca nascondigli, svela un po’ della sua anima e far leggere ciò che si scrive è un umile atto di coraggio.




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    Dentro di me


    Milano, fine anni Novanta. Andrea è uno studente universitario a pochi esami dalla laurea. Ricco di famiglia, figlio di genitori separati. La madre lo vorrebbe avvocato da inserire nella Veneto-bene, il padre lo vorrebbe solo felice. Andrea invece non sa che fare della sua vita. Pigro, privo di iniziativa, aspetta che le cose accadano e che il destino decida per lui. Ha un grande amico, Loris, che è il suo opposto: entusiasta e con uno senso critico verso la societá. La differenza di caratteri rafforzerà la loro amicizia. L’incontro con tre donne, poi, e il riavvicinamento con il padre lo condurranno verso luoghi dove non avrebbe mai creduto di approdare. Questo romanzo ha subito tagli, revisioni, ha visto diversi finali, ha preso diverse direzioni e per qualche tempo credevo che fosse davvero finito. Invece non lo era mai e non sapevo se era dovuto al fatto che avessi voglia di scrivere ancora o semplicemente non era giunto il momento di concluderlo. La storia è rimasta ferma per mesi, i personaggi immobili nei loro dialoghi e io non riuscivo più a prenderli per mano e condurli per la loro strada. Poi, un giorno d’estate, mi accorsi che la strada era lì, dove non avevo mai guardato. Mi sento di dire che questo romanzo è venuto alla luce nel silenzio e quando l’ho visto pedalare sulla sua biciclettina senza rotelle mi sono reso conto che il giorno in cui nacque era nato da sempre.




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    L'ultimo libera tutti


    In un’Italia di contratti precari, il neolaureato Diego Vicedomini lavora come shampista e cameriere. Dopo centinaia di curriculum inviati e pochi colloqui sembra aver perso le speranze di trovare un’occupazione sicura. Le cose cambiano quando gli si presenta l’opportunità di lavorare per un tour operator nei Caraibi. In un biglietto di sola andata c’è l’occasione di dare una svolta alla sua vita ma non sa che un altro destino lo aspetta. Davanti ad un bivio si decide sempre l’inizio o la fine di tutto. Questo libro è nato dopo un viaggio in Venezuela e a Panama. Alcune scene le ho prese da alcune esperienze di vita. Come il lancio del pollo congelato contro il muro di quando lavoravo nei villaggi turistici o le mani bruciate dai piatti roventi di quando lavoravo come cameriere in un ristorante londinese. Ancor prima di scrivere questo libro avevo già in mente il finale.




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    La soave linea


    Le amicizie, gli amori, i luoghi dei nostri ricordi. Cinque racconti scritti uno dopo l’altro in una frenesia di pensieri. Quando avevo un’idea costruivo intorno una storia e immaginavo il finale ma questi racconti non hanno mai voluto farsi toccare troppo, erano i loro personaggi a chiedermelo. Li ho ascoltati e lasciati andare per la loro strada. Nel lungo periodo di lavorazione hanno attraversato le fasi della mia crescita facendomi compagnia nei momenti di solitudine.




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    Milano di sera offriva di tutto: dai pub irlandesi alle discoteche che chiudevano all’alba, dalle cartomanti slave con accento napoletano di Via Fiori Chiari alle prostitute nigeriane appostate sui marciapiedi.

    D’estate i rumori si espandevano più rapidamente e si protraevano più a lungo dando vita ad un’orchestra di suoni.

    Da lontano si udivano sgommate di automobili, schiamazzi, applausi, parolacce, risate che esplodevano nei locali. Due ragazzini si erano appartati dietro una colonna per prepararsi una canna, altri contestavano la decisione di un buttafuori grosso e pelato che non li voleva far entrare in discoteca.

    Loris ed io passeggiavamo a rilento, con le mani in tasca...